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Aiutarli a casa loro? Li portiamo a casa nostra! - 09/07/2017

Cinquanta persone ospitate e più di 700 pronte ad aprire le porte della propria casa: il tendone della partecipazione all'interno del Parco del Castello si è aperto ieri mattina ai numeri dell'associazione Refugees Welcome.

“Aggiungi un posto a tavola: per una nuova cultura dell'accoglienza" l'incontro che ha incrociato le voci della fondatrice italiana dell'associazione Fabiana Muscio, della volontaria del tavolo territoriale Abruzzo Antea Crescia, dell'assessore al Comune di Fossacesia (Ch) Angela Galante, del responsabile di uno Sprar Andrea Salomone.

Refugees Welcome è nata a Berlino nel 2014 dall’impegno di un gruppo di ragazzi che attraverso il web hanno lanciato ai connazionali la proposta di ospitare in casa propria una persona richiedente asilo: l’associazione coinvolge ormai 12 paesi tra cui l’Italia e vanta il supporto di un ricco team di professionisti, specializzati nell’ambito delle politiche di accoglienza, in quello della legge, della psicologia e della comunicazione.

Un perfetto esempio di cittadinanza attiva: "è partita dal basso", ha spiegato Fabiana Muscio, "Senza aver domandato il supporto delle istituzioni che avrebbero denigrato e ostacolato il progetto". Pare proprio che quei politici che tanto gridano “aiutateli a casa loro” abbiano involontariamente contribuito a nutrire l’intenzione di chi ha risposto: “invece li portiamo a casa nostra”.

Le 50 famiglie ospitanti sono tutte diverse: pensionati con molto tempo a disposizione ma anche giovani coppie con bambini che offrono cibo e spazio ma anche empatia, disponibilità emotiva.

L'assessore Angela Galante ha sottolineato: "le paure sono legittime, ma non possono diventare un alibi per il disinteresse o la chiusura: l’Occidente ha una grande responsabilità nei confronti di chi oggi ci chiede ospitalità. E’ comprensibile che questo fenomeno ci possa spaventare perché ne siamo impreparati ed è per questo che abbiamo bisogno di formazione e informazione: ma superate le incertezze iniziali dobbiamo agire".

Agire sulle orme di Andrea Salomone, ad esempio, e di chi come lui si occupa della gestione di Sprar, Servizi di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati. Salomone ha affermato quanto ancora insufficiente sia il numero degli Sprar in Abruzzo nonostante la loro efficienza: ciascun centro ospita dalle 20 alle 30 persone, cosicché il personale della struttura possa avere rapporti umani diretti con le persone ospitate.

Antea Crescia ha spiegato quanto sia infruttuoso delegare i doveri e le responsabilità ai modelli istituzionali "alti" ma ha precisato: "È chiaro che la disponibilità e il desiderio di aiutare spesso non basta, ed è per questo che le famiglie ospitanti non sono lasciate da sole in questo percorso".

Non a caso, in Refugees Welcome due “facilitatori della convivenza” fanno da mediatori tra chi ospita e chi viene ospitato: le due parti vengono seguite singolarmente così che ciascuno si senta libero di aprirsi con il mediatore, confidando eventuali dubbi, incertezze, perplessità.

E diffidenze, anche nei confronti del progetto "giovane": i ragazzi sono a volte increduli, rispetto alla generosità di chi, in un mondo di opportunismo, offre loro una mano senza chiedere niente in cambio.

Molte famiglie, invece, nonostante il desiderio di offrire affetto ed ospitalità, si sentono bloccate dal timore della quotidianità: cosa vuol dire esattamente ospitare? Vuol dire anche cucinare e mangiare insieme? Quanto influisce questo sull’equilibrio delle abitudini? "Su questa diffidenza dobbiamo coltivare la resilienza" ha chiosato Muscio.

Al momento degli interventi dal pubblico ha preso il microfono un ragazzo nigeriano, Newton, finora accolto in un centro Sprar e recentemente iscritto a Refugees Welcome, spiega, perché è un ragazzo curioso, vuole studiare e vuole integrarsi.

È forse questo il più evidente tra i vantaggi che, rispetto ad uno Sprar, una famiglia può offrire: contribuire al processo di integrazione che è contestualizzazione di un luogo, di una tradizione, di una cultura.

Silvia Cercarelli